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Collezioni — Uomo / Prêt-à-Porter

Autunno / Inverno — 2002

Cartella Stampa

“Quando ho cominciato a disegnare la collezione, a scandirla per momenti ed occasioni, mi sono accorto che prevalevano suggestioni di libertà e di essenzialità, rafforzate dalla volontà di rileggere le formule abituali del vestire in un’ottica di scioltezza e di solidità. Per questo, ho voluto correggere la natura formale di certi canoni con accenti sportivi ed una propensione spiccata al comfort, che si traduce in una linea più comoda e dettagli di intelligente praticità. Così, la giacca in tweed bianco e nero è dotata di un gilet attrezzato, tasche a soffietto rifinite con precisione, soffietti a carniere sulla schiena. Il gilet, costruito con rigore e perfezione, è però in tecno-pelliccia e si infila sopra la giacca senza intaccarne l’agilità.

Per sciogliere ancora di più le forme, ho svuotato l’interno di spalline e imbottiture, lasciando soltanto una leggera arricciatura alla spalla, che dà alla linea della giacca un’assoluta naturalezza. Nella logica della radicalità, la giacca risulta dichiaratamente oversize: non semplicemente larga, ma almeno di un paio di misure più ampia, se si porta con il pullover a collo alto. Oppure è decisamente asciutta e snella, fino a sembrare una fodera sul corpo, virata in tinte pastello che mi piace definire austriache, perché mi ricordano quelle delle ceramiche e dell’Augarten Porzellan.

Superando tipologie scontate – soprattutto blouson, parka e giubbotti – ho fuso in modo insolito il formale e l’informale, attribuendo dotazioni tecnico-sportive ai pezzi iperclassici del guardaroba. Sottolineando, al contempo, la necessità di coprire, riscaldare, proteggere dalle temperature sottozero. Ho imbottito, per esempio, il consueto paltò da città, trasformandolo in cappotto-piumino, che sia di cachemire Principe di Galles, che sia di tweed, o gessato bianco e nero, con l’interno in materiale termoisolante. A prova di grande freddo, ho imbottito anche le giacche in tessuti più leggeri. A sorpresa, ho realizzato il paltò sartoriale in denim, associandolo al pantalone di velluto stretch, che sembra solcato da pieghe e striature dovute all’uso. Ho coibentato il camoscio per lo scarponcino che ricorda le vecchie scarpe da basket ed ha la suola in gomma abbastanza alta da creare un’ulteriore barriera contro il gelo.

Con volontà deliberata, ho accostato segni di normalità, dichiarazioni di eccentricità e manipolazioni alchemiche. Ho mescolato il nero al grigio in maniera desueta anche se volutamente rigorosa. Assortendo flanelle e cachemire, li ho privilegiati insieme al velluto, che offre il piacere ed il vantaggio di superfici più dolci del normale cotone. Ho voluto i loden tradizionali in sfumature marroni e grigio nebbia, ma anche i velluti e i fustagni in versione tartan, avvicinati a stampe mimetiche in cavallino, vagamente absburgiche. Ho abbinato alle severe giacche da sera blu notte con i revers alti e chiusi i cappotti di grossa tela di cotone stretch imbottiti di pelle bordeaux. Insieme a cravatte e maglie finissime che paiono lavorate ai ferri, sciarpe in visone stropicciato ed appiattito dal lavaggio, soprabiti in seta foderati con la pelliccia di castoro traforata ed aerea.

Sono i segni di un’eleganza personalissima, che mi richiama alla mente certe immagini di Gustav Mahler, ritratto con le mani in tasca sotto le arcate dell’Opera di Vienna. Oppure stretto nel cappotto scuro, mentre attraversa la Piazza della Città Vecchia di Praga sferzata dal vento. E forse dalla Storia…”

Gianfranco Ferré